Fake News: 10 riflessioni dalle quali (ri)partire per affrontare il problema

Dieci punti che sono nel contempo spunti di riflessione e direttrici dalle quali partire per affrontare seriamente il problema delle Fake News, andando oltre retorica e derive politiche che hanno caratterizzato il dibattito nelle ultime settimane. “Il nostro decalogo vuole tentare di rimettere in asse il tema, dopo aver visto che nelle ultime settimane la dimensione politica ha preso il sopravvento superando, talvolta, il reale senso del problema. In quest’ottica abbiamo voluto, pur forse semplificandone la dimensione teorica, ripartire da alcuni assunti di base per riavviare una discussione su questo argomento che non sia dipendente dalle polemiche politiche. Le notizie deliberatamente false o artatamente modificate esistono da sempre (ce lo insegna Omero con la storia di Elena di Troia): diventano un argomento centrale nella società dell’informazione perché cadono i filtri che erano in parte consentiti dai sistemi di controllo propri dell’era del mainstream, e le reti attivano processi di destrutturazione del sistema dell’informazione che abbattono i modelli centralizzati”. Così Stefano Epifani, presidente dell’Istituto e docente di Social Media Studies alla Sapienza, Università di Roma, spiega i motivi alla base del decalogo, redatto – tra gli altri – con Alberto Marinelli e Giovanni Boccia Artieri (membri del Comitato Scientifico dell’Istituto e docenti di comunicazione e nuovi media rispettivamente alla Sapienza, Università di Roma, ed all’Università Carlo Bo di Urbino).

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1. Il problema delle Fake News esiste da sempre: oggi si alimenta di nuove dinamiche

Le notizie deliberatamente false o artatamente modificate vengono intenzionalmente prodotte e diffuse da sempre. Le Fake News diventano oggi un argomento centrale perché le piattaforme web e i Social Media eliminano qualsiasi mediazione e rendono inefficaci i filtri, i controlli, le regole professionali ed etiche dei sistemi editoriali tradizionali. Le reti attivano processi di destrutturazione del sistema dell’informazione, depotenziano i modelli centralizzati e creano nuovi ecosistemi informativi istantanei, permeabili e sempre più user generated. Le arene discorsive, una volta segmentate in base al controllo di codici complessi, perdono la loro identità ed il loro contesto. Tutti hanno accesso ad un unico contesto discorsivo/dialogico, generato dalle interazioni tra pari e subordinato solo a meccanismi specifici di piattaforma: dagli algoritmi alle policy. Ciò ha determinato grandi opportunità di espressione e confronto ma produce anche grandi rischi.

2. La dinamica generativa dei Social Media è enfatizzata dalla crisi del ruolo della scienza nell’era della ‘post-verità’

Il fenomeno delle Fake News è enfatizzato dalla progressiva perdita di fiducia nei confronti dei sistemi che erano delegati ad “amministrare” la conoscenza scientifica e a dire la parola definitiva rispetto a ciò che è vero o falso. In un contesto in cui tutti parlano su tutto, la dimensione emotiva che attiene ad un fatto supera in importanza la stessa dimensione fattuale. Ciò che muove gli utenti alla condivisione di una posizione “ascientifica” o all’adesione a modelli di “scientificità alternativa” (dai #novax alle scie chimiche) è la vicinanza emotiva tra pari in un caso, e nell’altro la sfiducia nel metodo scientifico, che si associa alla retorica della compromissione della scienza con interessi specifici. Le reti sociali centrate sull’individuo offrono una tessitura discorsiva in cui il nesso condizione/conseguenza diventa una rivendicazione identitaria che prevarica qualsiasi argomentazione razionale e verificabile.

3. L’istantaneità della condivisione batte la necessità della riflessione

L’immediatezza della comunicazione azzera i tempi di riflessione ed il distacco emotivo consentito dai media tradizionali, sostituendo alla riflessione la “condivisione istantanea”. Essere immersi in un ambiente sociale discorsivo e di condivisione di contenuti impedisce il “raffreddamento” emotivo ed esalta un “riscaldamento” immediato della risposta e del desiderio di essere tempestivamente presenti nella comunicazione che sta avvenendo: la condivisione viene prima dell’approfondimento.

4. La censura non solo è contraria alla natura e alla struttura della rete, ma è inefficace

La natura aperta e adattiva della rete impedisce qualsiasi censura in quanto antitetica rispetto alle sue dimensioni strutturali (epistemica, morfologica e topologica), rendendo ogni tentativo in tal senso del tutto inefficace. Rispetto alle Fake News non esiste un “nuovo reato” da normare. Tutto ciò che vi è di giuridicamente rilevante ha già leggi che ne normano le dinamiche. Pensare di normare in maniera specifica ed esclusiva la dimensione digitale creando un doppio binario normativo creerebbe un’inammissibile asimmetria, ancor di più se si pensa che a risolvere il problema potrebbe essere chiamato chi gestisce la dinamica generativa dei Social Network Sites.

5. La censura delle Fake News non solo sarebbe inefficace, ma pericolosa per gli utenti che dovrebbe tutelare

Affidare alle piattaforme il compito di “verificatori” delle Fake News non solo è inefficace, ma pericoloso. In un contesto in cui il sistema dell’informazione è già profondamente dipendente dagli attori della platform society e dagli algoritmi che ne determinano struttura e dinamiche. conferirebbe il ruolo di controllore della verità ad un sistema di attori che ha già un grandissimo potere.

6. Chi genera le Fake News ne è responsabile, ma chi le condivide ne condivide anche la responsabilità

In un network il valore degli archi (legami) è esponenziale rispetto a quello dei nodi. Dal momento in cui l’elemento memetico della Fake News si sviluppa (in termini di outreach) dal nodo nei molteplici archi che tende, la responsabilità dell’impatto delle Fake News è anche di chi genera gli archi (le condivisioni), oltre che di chi costruisce il nodo in sé (il produttore del falso originario). Si verifica la condizione paradossale per la quale la corresponsabilità generativa del falso in rete diventa importante quanto l’atto originario di generazione del falso stesso.

7. Le Fake News sono prima di tutto un business

Non si deve cadere nell’errore che tutto sia riconducibile a un complotto: se è vero che in alcuni casi le Fake News sono generate con finalità propagandistiche o addirittura cospiratorie, la dimensione economica è spesso prevalente rispetto ad altre. Le Fake News generano un valore economico direttamente collegato alla viralità e al coefficiente memetico dei contenuti che propagano.

8. Qualunque sia la soluzione tecnica proposta, la segnalazione è sempre preferibile alla censura

Indipendentemente dal processo di identificazione delle potenziali Fake News l’esito non deve essere mai di tipo immediatamente censorio. Qualsiasi soluzione deve basarsi su meccanismi di segnalazione e alert che indichino all’utente che si trova di fronte ad una notizia potenzialmente a rischio. Ciò genera una dinamica di corresponsabilizzazione nella consapevolezza dell’azione di condivisione che evidenzia il ruolo attivo dell’utente. In tal modo non solo ragionevolmente si abbatte la velocità di diffusione delle Fake News, ma si contribuisce alla costruzione di un esercizio di riflessività – individuale e collettiva – che si basa e che promuove consapevolezza negli utenti.

9. Qualsiasi meccanismo di controllo delle Fake News deve basarsi su dinamiche trasparenti, aperte e iterative

Si deve rendere trasparente e verificabile da terzi il meccanismo generativo che ha prodotto la decisione di segnalare una notizia, così che si possa agire attraverso modalità iterative che possano ridefinire, se necessario o opportuno, tale decisione, valorizzando cooperazione e intelligenza collettiva e creando esternalità positive. In tale meccanismo non si sovraccaricano le piattaforme di responsabilità che non devono né possono avere, ma si assegna loro la funzione strategica di abilitatori del dibattito e garanti del processo in una posizione di terzietà rispetto ai temi.

10. Una norma da sola non risolverà il problema. Serve cultura, educazione e consapevolezza negli utenti

Come per l’hatespeech, con il quale condividono numerosi elementi, la rilevanza del fenomeno delle Fake News è inversamente proporzionale al livello di consapevolezza degli utenti (digital literacy) rispetto all’ecosistema informativo nel quale si muovono. La soluzione al problema è quindi soprattutto di tipo culturale e attiene ad un livello di consapevolezza da parte degli utenti la cui acquisizione dipende dal coinvolgimento di una pluralità di elementi: dal sistema scolastico e formativo alla qualità del dibattito pubblico, alla correttezza ed al senso civico degli attori politici che lo alimentano. Le piattaforme non possono trasformarsi in censori su delega governativa: devono invece attivamente promuovere lo sviluppo delle competenze e della cultura del rispetto e della partecipazione, indispensabili per esercitare il diritto di cittadinanza digitale dei loro utenti.

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